Una fotografia imperfetta


Ogni rullino porta con sé una grana particolare, una sua gamma di sfumature, di morbidezza/durezza, una sua natura fisica ben definita che lo contraddistingue, un tono preciso che va scelto in partenza, insomma, le scelte si fanno prima, non dopo: 12,24 o 36 scatti, e la qualità che amo di più: un risultato sul negativo che è armonico, che non è violento, elaborato, inventato da calcoli matematici interpretativi (il sensore digitale).

La fotografia analogica è imperfetta, e per questo è, per me, "perfetta". 

La tecnologia che c'è dietro è una tecnologia in qualche misura umana, che ha a che fare con la luce che colpisce una pellicola che ne viene impressa, ed è qualcosa che è tangibile, vero, che è semplice, non richiede libretti di istruzione e restituisce una qualità che trovo giusta e, per gli amanti delle classifiche, può essere anche molto più definita e veritiera del digitale.

Perché scatto solo in analogico

 Ogni volta che guardiamo un'immagine, diciamo degli ultimi  dieci anni, stiamo guardando, nel 90% dei casi, un'immagine scattata in digitale. Guardiamo schermi (come quello che ho davanti), Tv, cellulari, ormai anche cartelloni pubblicitari, tutti alla rincorsa della migliore "qualità", cioè di quanti milioni di pixel saremo riusciti ad avere davanti ai nostri occhi. Certo, abbiamo "virtualmente" più comodità, più velocità, più informazioni a portata di mano, ma il risultato è, per me, tutto tranne che veritiero, tutto tranne che naturale, tutto tranne che piacevole.

Tutto questo, per me, è quindi, molto innaturale e penso anche fortemente dannoso per i nostri occhi. Lo so, può sembrare un'affermazione forte, ma tutti questi pixel (cioè i minuscoli quadratini luminosi dei nostri apparecchi digitali) non hanno nulla a che vedere con l'armonia dei colori che esistono in natura, perché di fatto vengono "inventati" dal sensore digitale, nulla della luminosità, del contrasto e perfino del bianco e nero che i nostri occhi registrano osservando una persona, un'oggetto, un tramonto sotto la luce del sole. E non è tutto. A furia di vedere questa realtà distorta, sempre più  esasperata negli eccessi di colori sempre troppo saturi, troppo luminosi e "taroccati", perdiamo la capacità di percepire la luce, e con essa, di percepire la cosa più bella: una realtà armonica.

Le sfumature, le imperfezioni e la verità di un lavoro in pellicola, sono tali proprio perché vi si arriva nella direzione opposta: sono il risultato di impegno, riflessione, scelta dei processi chimici adatti per quel tipo di scatto (sviluppo del negativo), prove di stampa alla ricerca della giusta dinamica (ingrandimento del negativo sul foglio) e, prima ancora, scelte del tipo di rullino usato (cioè che tipo di cromia, grana e risoluzione rispetto alle condizioni di luce).

Scattare in analogico non è, per chiudere questa breve introduzione, una questione puramente formale, ma è invece una questione sostanziale e, aggiungo anche, per me, etica.

Gli strumenti che utilizzo

Utilizzo macchine fotografiche meccaniche degli anni 50,60 e 70. La "Medio formato", cioè la mia amatissima Rolleiflex 2.8 F, un capolavoro di ingegneria meccanica degli anni 50, produce stupendi negativi 6x6, cioè quadrati, come si potrà ricordare nelle moltissime fotografie in questo formato di quegli anni. 

Accanto a questo esemplare utilizzo altre due amatissime macchine fotografiche 35mm: una Leica M6 ed una M6 TTL. La prerogativa di questa macchina fotografica è nelle sue lenti, le più belle del reame, e nella sua maneggevolezza, insieme all'impareggiabile qualità costruttiva.

Da giugno 2019 ho aperto, insieme ad un'amico e collega, una camera oscura, il suo nome è Roll19.

Un luogo dove approfondire il mondo sconfinato dell'arte della camera oscura analogica, e dove ovviamente dedicare gran parte del tempo allo sviluppo e alla stampa.

www.roll19.it _ a Milano in Viale Monza 19

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